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Elisabetta Necchio: dipingere la ferita, tessere la speranza

    Esiste un dialogo profondo tra parola e immagine nel progetto che unisce la raccolta poetica di Alicia Saliva alle opere di Elisabetta Necchio. Le immagini non si limitano infatti ad accompagnare i testi, ma ne ampliano la dimensione emotiva e simbolica, traducendo in forma visiva tensioni interiori, ferite e possibilità di riscatto. In continuità con la ricerca già presentata da Necchio presso la Galleria Rubin, la pittura si sviluppa qui come un’indagine sulla memoria del corpo e sulla capacità trasformativa dell’esperienza.

    Al centro del lavoro emerge il tema del tessuto, assunto come archetipo e metafora della condizione umana. La pelle stessa può essere letta come una trama sensibile che registra gli urti dell’esistenza, si lacera sotto il peso degli eventi e, nel tempo, trova forme di ricomposizione. Nelle illustrazioni a grafite e nelle due grandi tele concepite come un dittico, l’artista ricorre alla tecnica del frottage per trasferire sulla superficie pittorica tracce, impronte e sedimentazioni della materia, evocando la complessità dei vissuti individuali.

    Le due opere su tela si presentano come capitoli di un unico racconto visivo. Al centro della composizione compare una figura immaginaria impegnata nella creazione di un manto potenzialmente infinito. Da questa matrice si sviluppano fili cromatici vivaci che attraversano la superficie, si intrecciano alla trama e intervengono simbolicamente sugli strappi del fondo.

    Proprio questi innesti di colore rappresentano il nucleo concettuale dell’intero progetto. La cicatrice non viene occultata, ma resa visibile e valorizzata come testimonianza di una trasformazione avvenuta. In questa prospettiva, ago e filo assumono il significato di strumenti di ricostruzione, mentre il gesto pittorico si configura come un atto di cura. Ricucire non significa cancellare il dolore, bensì integrarlo in una nuova forma di equilibrio. L’opera di Elisabetta Necchio riflette così sulla possibilità di convertire la fragilità in risorsa espressiva, trasformando ogni ferita in un segno capace di generare senso e, infine, speranza.

    Emanuele Beluffi